9 Cascine, Viale IV novembre. Il bombardamento del 26 dicembre del 1943

All’inizio del viale 4 novembre, nel 60esimo anniversario del bombardamento della stazione ferroviaria e delle Cascine, il 26 dicembre del 2003, venne collocato un monumento in marmo realizzato dall’artista empolese Gino Terreni. Un monumento che rappresenta quattro figure che sembrano riemergere dalle macerie dell’azione di guerra. La famiglia, con al centro della scena una madre che sorregge fra le braccia il proprio bambino, cadente, morto, con gli occhi sbarrati verso l’esterno. Le due figure sono scalze, appaiono appena estratte dall’ammasso di macerie. L’innocenza che viene sacrificata sull’altare della guerra. Quel giorno alle Cascine morirono 109 persone, e tante altre ne morirono dopo. E poi le mani grandi dell’uomo di profilo, con quel dito puntato verso l’alto, verso gli aerei americani che volteggiano nel cielo dopo aver lanciato il loro carico di morte. Accidenti a Voi! È questo il titolo dell’opera, titolo che in pochi conoscono. Mani grandi, rivolte ai carnefici, occhi grandi per manifestare lo stupore, i corpi violentati, marmo bianco, che simboleggia la forza di un popolo: caratteristiche che torneranno anche in altre opere di Gino Terreni, e anticipate dalla grande opera intitolata “Lo Stupore”, collocata a Castelmartini (Larciano) per onorare la memoria dei morti nella strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto del 1944. Gino Terreni a Empoli venne incaricato di raccontare attraverso l’arte, ancora una scultura, il fatto storico. Quel fatto storico, il primo bombardamento americano della città.

Si riaffaccia qui per Gino Terreni in maniera prepotente il tema delle madri, che poi è anche il tema delle Madonne contadine e delle Contadine madonne. Ricordiamo lo straordinario studio per la madre collocato poi sulla facciata della casa del popolo di Monterappoli.

Gino Terreni artista della Memoria e testimone diretto delle atrocità della guerra, combattuta prima da partigiano della brigata Arno poi da volontario della libertà fra i 530 che partirono da Empoli arruolato nel 68° reggimento della divisione Legnano, compagnia mortai da tre pollici, e successivamente destinato al Col Moschin, IX battaglione arditi d’assalto. Quegli anni per Gino Terreni sono stati determinanti anche per la sua impronta d’artista.

“La guerra è un’esperienza che segna per sempre, – racconta il professor Antonio Paolucci riferendosi all’opera del Terreni – è un’ombra nera che scende sulla vita di chi l’ha vissuta occupandola per sempre. Gino Terreni non ha mai dimenticato gli occhi febbrili dei combattenti di prima linea, non ha dimenticato il pianto delle madri, la cupa desolazione di chi ha perso tutto, lo stupore degli innocenti portati al macello (Eccidio del padule di Fucecchio). Chi ha vissuto la guerra (e quella guerra, guerra civile senza onore e senza misericordia…) non potrà più essere artista di ordine, di grazia, di armonia. “E come potevamo mai cantare col piede straniero sopra il cuore…” scriveva in quei giorni Quasimodo. Aveva ragione. L’ombra lunga della guerra è entrata nella vita e nello stile di Gino Terreni. I suoi riferimenti saranno d’ora in poi i neri inchiostri di Parigi, i Fusillados e i Capricci neri di Goya, gli espressionisti tedeschi, Guttuso e Maccari”.

Sempre da partigiano Terreni incontra, nella tarda primavera del 1944, il grande artista Giorgio De Chirico, fuggito dai bombardamenti di Firenze e sfollato vicino alla pieve romanica di Coeli Aula, piccola frazione rurale nel comune di Montespertoli, proprio a pochi chilometri da Tartagliana, dove Terreni è nato. Insieme rischiano la vita per il mitragliamento di un cacciabombardiere inglese. Proprio riguardo a questo episodio, Gino Terreni ricorda direttamente: ”Camminavo a fianco del pittore Giorgio De Chirico che era sfollato vicino alla pieve di Coeli Aula, nel comune di Montespertoli e con il quale scambiai pochissime parole. Ad un tratto dalla curva sopraggiunse Don Rigoletto col calesse, con il suo cavallino rosso, affiancato da un camion di tedeschi e contemporaneamente vidi un caccia bombardiere inglese che, dopo aver cercato di colpirli con una sventagliata di mitraglia, lanciò, per alleggerirsi, alcune bombe, che finirono, per fortuna senza danni, nel vallone sottostante. Io mi buttai a terra, ma De Chirico continuò imperterrito a camminare come se nulla fosse. Tornai in seguito a trovarlo.” In memoria e in onore dell’incontro con De Chirico realizzerà nel 1945 L’autoritratto da partigiano”.

La guerra arriva anche sul suolo empolese. Empoli 26 dicembre 1943. Gli americani bombardano la stazione ferroviaria e colpiscono il quartiere delle Cascine
Era una fredda mattinata di fine dicembre, una domenica, con la gelida tramontana che sferzava duramente le labbra ed i volti di quelli che si erano avventurati in centro per piccole compere in vista del pranzo di santo Stefano. Pranzo di guerra, ma pur sempre di festa, quello che si stava avvicinando per tanti empolesi; ognuno con i suoi pensieri, con il lutto per i morti sui vari, troppi, fronti dov’era stato impegnato il Regio Esercito, con in testa i tanti prigionieri finiti in luoghi sconosciuti e lontani, dei quali nulla si sapeva,con i ragazzi di casa chissà dove, qualcuno da una parte, qualcuno dall’altra alla macchia, ma tanti a combattere in nome di un ideale; e i tedeschi in casa, e le notizie di quegli aerei minacciosi, con gli eserciti alleati che tentavano la risalita dello stivale e intanto facevano spianare il terreno all’aviazione a suon di tonnellate di bombe. Forse erano questi i pensieri di tanti empolesi quella mattina, e uno strano presagio che prima o poi la guerra avrebbe toccato anche Empoli in molti non riuscivano a toglierselo dalla testa. “Vedrai che prima o poi tocca anche a noi” era il ritornello sempre più ripetuto per le vie cittadine quasi a esorcizzare quello che nessuno avrebbe voluto immaginare. E che invece sarebbe accaduto di lì a poco. “E perché dovrebbero colpire Empoli?” Era questa la risposta che circolava per le strade, rassicurante, ma sempre con quel punto interrogativo. “E poi ci sono i rifugi, sì i rifugi, e gli allarmi antiaerei funzionano”, le altre rassicurazioni. E invece no, quella mattina l’allarme antiaereo non funzionò. Ed i comandi americani avevano deciso, com’era ovvio che fosse prima o poi, di colpire Empoli, uno scalo ferroviario vitale per le comunicazioni su rotaia fra la Toscana fiorentina, la costa, e il sud della regione. Non solo Empoli, certo. Anche Prato e Pistoia erano fra gli obiettivi. Paralizzare il traffico ferroviario nel centro nord.  Ma la stazione di Empoli, con la fabbrica di concimi chimici così a portata di mano era davvero ghiotta per l’aviazione dell’esercito statunitense.

Fu così che la mattina del 26 dicembre del 1943 dalla base ormai americana di Decimomannu in Sardegna decollarono 36 aerei B26 Marauder del 319esimo gruppo bombardieri delle United States Army Air Forces diretti sulla tranquilla e sonnacchiosa cittadina empolese. Dopo un paio d’ore di volo, giunsero sull’obiettivo e a partire dalle alle 13 e 10  sganciarono circa 210 bombe da oltre 226 chili ciascuna. Colpirono duramente la stazione ferroviaria, il parco di smistamento, il quartiere delle Cascine, il Puntone, Ponzano, Pontorme e Pratignone. Una carneficina, con 109 morti nei quartieri colpiti, soprattutto le Cascine. Contemporaneamente altri 40 bombardieri bimotori B26 del 17esimo gruppo si erano diretti sullo scalo ferroviario di Pistoia e  altri 36 del 320esimo gruppo invece si dirigevano sul ponte ferroviario e sullo scalo di Prato. A Prato le 173 bombe caddero alle 13,13, a Pistoia una mezzora dopo. Era arrivata la guerra anche per gli empolesi rimasti a Empoli, ed era giunta nel modo più atroce e più tragico. L’episodio più grave dell’intero secondo conflitto mondiale. Errori umani, la tramontana che spirava forte, la fatalità. Soprattutto il fatto che tante persone erano concentrate nell’area a causa del giorno di festa e dell’ora di pranzo. Sembra che nemmeno l’allarme antiaereo sia risuonato in quel tragico giorno. Furono tante le concause che provocarono quella strage. Per gli americani un bombardamento riuscito, visto che lo consideravano andato a buon fine se la caduta degli ordigni era avvenuta in un raggio di circa 300 metri dal centro dell’obiettivo. In questo caso l’obiettivo principale era la stazione, e molte bombe caddero comunque ben oltre i fatidici 300 metri. È la guerra.

Il Documento
Il commissario prefettizio Paolinelli il 29 dicembre 1943 inviava un rapporto al capo della Provincia di Firenze relativamente all’incursione aerea di tre giorni prima sulla città.

“Mi pregio riferire succintamente, per notizia di codesta prefettura, circa l’opera svolta da questa civica amministrazione, in stretta collaborazione col fascio locale, nel giorno stesso dell’incursione aerea del 26 decorso e nei successivi. L’opera di soccorso ebbe inizio poco dopo l’incursione; non appena, cioè, si poté presumere che fosse scomparso il pericolo di successive ondate; e con un primo sommario accertamento dei luoghi colpiti e dei danni prodotti; i quali apparvero subito ingenti sebbene limitati alle zone adiacenti alla stazione ed alla linea ferroviaria. Poco dopo si seppe di altri danni verificatisi nel prossimo sobborgo di Pontorme.

A pomeriggio più inoltrato sopraggiunse anche, per l’organizzazione dei servizi tecnici, un ingegnere del Genio Civile che, con l’Ing. Picchiotti di Limite, l’Ing. Chiarugi ed il Geom. Cecchi, già prima chiamati telefonicamente dall’amministrazione comunale e subito accorsi sul posto, finì di organizzare i servizi di smassamento con quelle prime squadre di opranti che era stato possibile reclutare. Tali servizi proseguirono poi parzialmente durante tutta la notte, in specialmente di un gruppo di lavoratori più esperti e meglio attrezzati, che riuscirono, superando notevoli difficoltà e impiegando una forza di volontà degna di particolare rilievo, a liberare da un pesantissimo ammasso di macerie e di rottami di ogni specie, una intera famiglia, ponendo in salvo ben quattro vite che durante la notte stessa avrebbero trovato morte quasi sicura tra torture indicibili. Segnalo in particolar modo tra questi volenterosi, oltre l’Ing. Chiarugi e il Geom. Cecchi, già ricordati, i maestri muratori Laschetti Alfredo e Giannoni Ruggero, quest’ultimo operaio dipendente del comune. Altro servizio che merita una particolare segnalazione fu quello dell’improvvisata istituzione, ad opera degli uffici comunali dell’alimentazione, di un luogo di ristoro per i sinistrati e per le squadre di soccorso presso il locale Collegio Calasanzio dei Padri Scolopi, che insieme alla cortese e larga ospitalità, offersero il loro apprezzatissimo e caritatevole contributo per la migliore organizzazione ed il più efficace funzionamento di questo settore di attività. Il complesso di tali provvidenze, sommariamente accennate, riguarda ciò che fu fatto nel pomeriggio e nella notte della domenica 26 dicembre. Ma durante la notte stessa furono interessate, ad opera del Comune e del Fascio, tutte le fattorie ed aziende agrarie della zona perché alle prime ore del mattino seguente facessero affluire nelle località colpite numerose squadre di coloni ed opranti onde proseguire e condurre a termine nel più breve tempo i lavori di smassamento e remozione delle macerie e conseguente disseppellimento di cadaveri ed eventualmente di sinistrati sopravvissuti. Fino alle ore 6 del giorno 27 u.s. circa 800 operai provenienti, oltre che dalle fattorie suddette, anche dall’U.N.P.A., dal Genio Civile di Firenze e dalle squadre aziendali della “Piaggio” di Pontedera e del cantiere “Picchiotti” di Limite”.

Le testimonianze
Il racconto del vigile del fuoco Gino Mazzoni fu riportato come testimonianza da Nino Bini, nel suo volume “Empoli il giorno di Santo Stefano”. «Quella mattina mi ricordo che tirava un forte vento di tramontana ed il cielo era limpido. Verso l’una mentre stavo godendomi quell’insperato sole dicembrino, appoggiato ad una delle colonne di entrata del nostro piazzale esterno, si fermò a parlare un amico di nome Angelo, che portava il mio stesso cognome. La conversazione fu breve. Era già l’ora del pranzo ed Angelo aveva le nipotine che lo aspettavano, tant’è che aveva con sé un sacchetto di carta bianca con dentro dei biscottini (cose rare in quei momenti). A passo svelto s’incamminò per le Cascine. Un po’ annoiato mi misi a passeggiare avanti e indietro sul marciapiede. Mentre stavo così camminando, una forza enorme mi spinse violentemente in avanti e caddi per terra. Mi alzai intontito e vidi delle grandi fumate nere alzarsi in direzione delle Cascine; subito dopo i tremendi boati mi fecero capire cosa stesse succedendo. Corsi in caserma ed i miei colleghi vigili stavano già facendo uscire le due autopompe dal deposito. Saltai sulla prima e , per via Leonardo Da Vinci, giungemmo al sottopassaggio ferroviario di via Ridolfi. Lì ci rendemmo subito conto della tragedia. Tante persone stravolte e piangenti ci vennero incontro. Qualcuno chiedeva disperatamente il nostro aiuto per salvare la propria famiglia sepolta sotto le macerie della casa. Il nostro autocarro prese la via delle Cascine. A metà del viale IV novembre lo spettacolo era orribile. Le bianche costruzioni erano ridotte a mucchi di polvere. I crateri aperti dalle bombe obbligavano il nostro autista a difficili manovre. Da ogni parte si udivano lamenti e invocazioni d’aiuto». Poi, nella testimonianza di Mazzoni, i primi corpi senza vita estratti dalle macerie, la devastazione del bombardamento e le grida, nelle orecchie e nel cuore, di coloro che invocavano aiuto. E il cadavere del suo amico Angelo Mazzoni, sorpreso dalle esplosioni sulla porta di casa, e i cadaveri delle nipotine. E quel sacchetto di biscotti che non arriverà mai a destinazione, stretto fra le mani del nonno premuroso ormai esanime.

Il racconto di Tiziano Tamburini, un empolese scampato alla tragedia della ritirata di Russia nell’inverno del 1943, e finito sotto le bombe a Empoli nel dicembre dello stesso anno
Aveva fatto appena in tempo a sopravvivere e a tornare a casa dalla lunga e sanguinosa campagna di Russia nelle file del Regio esercito italiano, nella divisione Torino, Tiziano Tamburini, e come se non fosse bastato ebbe a subire anche il primo bombardamento di Empoli, dove perse la vita suo padre. Dopo essere sopravvissuto alle pallottole russe e ai proiettili delle Katiuscia, al gelo infernale della steppa, stavolta bisognava guardarsi dai temibili bombardieri americani a sganciare il loro carico di morte. Ci fu poco da fare. «Accogliendo l’appello rivoltomi – esordisce Tiziano nella sua testimonianza raccolta dal sottoscritto nel 2013 – relativo alle testimonianze del primo bombardamento americano su Empoli, avvenuto il giorno 26 dicembre 1943 di domenica alle ore 13,15 senza il consueto allarme, eccomi qui a farlo in qualità di testimone oculare, ma prima di arrivare a descrivere il momento cruciale dello sganciamento delle bombe, voglio fare una premessa. A quei tempi, la domenica, ragazzi e ragazze usavano andare alla messa di mezzogiorno che si celebrava nell’Insigne Collegiata e non solo per pregare ma anche per osservare le ragazzine presenti e fare una eventuale scelta per un corteggiamento amoroso. Infatti ciò avvenne e io Tiziano Tamburini ed il mio inseparabile amico Spartaco Bucalossi, a scelta fatta andammo ad accompagnare oltre il ponte sull’Arno, due ragazzine che abitavano a Spicchio. Ho voluto menzionare questo particolare perché fu quello che creò il ritardo a tornare a casa per il pranzo e sicuramente a salvarmi la vita. L’arrivo degli aerei americani ci sorprese esattamente dove ora ha sede il Partito Democratico. Li vidi in lontananza venire verso Empoli ma non pensavo dovessero scaricare le bombe su questa città. Purtroppo non fu così. Dopo pochi secondi, vidi con molta chiarezza perché illuminate dal sole, le bombe che venivano giù in posizione verticale a breve distanza l’una dall’altra che sembravano collegate. Io e Spartaco capimmo subito che sarebbero cadute nella zona Cascine dove noi abitavamo. L’obiettivo, ovviamente, era quello di colpire la stazione ferroviaria, ma lo fu solo marginalmente impedendo comunque l’arrivo dei treni. Fu colpa del vento che soffiava forte in senso contrario come molti sostenevano allora o colpa del pilota che sganciò in anticipo le bombe? Difficile rispondere con estrema sicurezza a queste domande, ma penso si sia trattato di errore umano. Attraversammo in tutta fretta l’indenne sottopassaggio ferroviario per andare verso le nostre abitazioni. Terribile momento perché di fronte ai nostri occhi si presentò uno spettacolo raccapricciante. Via Domenico Bartoloni dove abitavo era letteralmente rasa al suolo. Tutta la via non esisteva più. Spartaco fu abbastanza fortunato perché ebbe notevoli danni alla casa ma nessuna vittima, mentre mio padre, purtroppo morì schiacciato dal crollo della casa e solo il giorno dopo lo trovammo nel rimuovere le macerie. Mia madre invece, che aveva il terrore degli aerei, appena  ne sentì il rumore, come sempre faceva, scappò di casa per andare a nascondersi in qualche fossa dei campi lì vicini. Questa è la mia testimonianza».

Decimomannu, denominato campo di manovra segreto N°34, nasce ufficialmente il 3 giugno 1940 e venne subito  creata una pista di volo in terra battuta, lunga circa 2000 metri con orientamento nord-est / sud-ovest. L’aeroporto era idoneo ad ospitare un gran numero e varietà di aeromobili, risultando inoltre molto meno esposto alle incursioni nemiche rispetto agli altri aeroporti dell’isola. Gli americani arrivarono a Decimomannu poco dopo l’8 settembre del 1943.

L’aeroporto di Decimomannu in Sardegna, fu oggetto di importanti lavori riguardanti le aree di manovra già a partire dal 14 ottobre 1943 da parte del 888° e 845° Aviation Engineeer Company. Furono iniziati importanti lavori nell’area di atterraggio, relativi alla realizzazione di una pista di 150mt. di larghezza per 1800mt. di lunghezza,180 piazzole di sosta per ospitare gli  aeromobili e circa 10 km di bretelle di rullaggio. Successivamente la pista verrà  ulteriormente ampliata fino alle dimensioni di 300mt. di larghezza e 3000mt. di lunghezza. Alla fine dello stesso mese giunsero sul suolo di Decimomannu i primi B26 Marauder del 319°/320° Bomb Group della NAAF Americana. Ai reparti aerei si affiancarono ben presto le unità terrestri del 310° Service Group con il 304° e 345° Service Squadron, per garantire il supporto operativo e logistico all’Aeroporto. Il  12 novembre venne effettuata la prima incursione da parte dei bombardieri per sostenere le operazioni di sbarco  degli alleati sulla Campania. Vennero presi di mira ripetutamente diversi aeroporti della caccia tedesca nel centro Italia e nella Francia Meridionale, ma soprattutto  gli obiettivi principali furono ponti stradali e ferroviari sparsi nel centro Italia.  La missione più lunga fu compiuta da un gruppo di B26 per raggiungere obiettivi posti sulla costa italiana, nel nord dell’ adriatico, mentre l’azione che fece distinguere i Marauder per la loro precisione nel bombardamento si ebbe soprattutto nell’attacco dell’Abbazia di Montecassino. Nel febbraio del 1944 iniziarono nuovamente i lavori di ampliamento dell’Aeroporto; l’obiettivo dei militari americani era ambizioso e portò alla nascita  di un sistema di decollo mai provato prima e unico al mondo: venne creata una pista a corsie parallele lunga circa 2000 metri, sei per il decollo dei velivoli e altre sei alternate alle prime; le piste vennero  trattate con olio esausto, per impedire che la polvere sollevata tra decolli e atterraggi  creasse problemi. Questo sistema consentiva il decollo contemporaneo di sei velivoli cosicché, più di cento  B26 potevano trovarsi in volo con riflessi positivi in  termini di raggio d’azione, tempi di decollo e atterraggio. Precisamente questo sistema di atterraggio consentiva un guadagno di 13 minuti di volo per una formazione di 24 aeroplani, con un’estensione del raggio d’azione di circa 50 miglia. Assistere a tutti questi decolli simultanei  e in assoluta sicurezza risultava oltretutto spettacolare, tantoché queste operazioni vennero chiamate il “Circo volante del Colonnello Randy”, l’ideatore principale di tale sistema. Lo spostamento delle ostilità nell’Italia settentrionale determinò, il 21 settembre del 1944, il trasferimento da Decimomannu dei B26 del 319 e 320 Group, con destinazione l’aeroporto di Serragia in Corsica. Con la partenza dei due Gruppi l’aeroporto di Decimomannu, concluse la sua operatività bellica nella seconda guerra mondiale iniziata nel giugno 1940.

The bombing of December 26, 1943
On the 60th anniversary of the bombing of the railway station and the Cascine, on December 26 in 2003, a marble monument by the Empoli artist Gino Terreni was installed at the head of Viale 4 Novembre. The monument shows four figures that seem to surface from the rubble of war, a family, with a mother at the centre of the scene holding her lifeless child in her arms, eyes wide-open and staring out. The two figures are barefoot, as if they’d just been pulled from the pile of rubble.
Innocence is sacrificed on the altar of war. That day 109 people died in the Cascine and many others died later. And then the big hands of the man in profile, with that finger pointing skywards, towards the American planes soaring through the sky after dropping their death load. Accidenti a Voi! [Damn you all!] is the mostly unknown title of the work.

Die Bombardierung vom 26. Dezember 1943
Zum 60. Jahrestag der Bombardierung des Bahnhofs und der Cascine wurde am 26. Dezember 2003 am Anfang der Viale 4 Novembre ein Marmordenkmal des in Empoli gebürtigen Künstlers Gino Terreni aufgestellt. Ein Denkmal, das vier Figuren darstellt, die aus den Trümmern des Kriegsgeschehens aufzutauchen scheinen. Die Familie, mit einer Mutter im Mittelpunkt der Szene, die ihr Kind in den Armen hält, schlaff, tot, mit weit geöffneten, nach außen gerichteten Augen. Die beiden Figuren sind barfuß, sie scheinen gerade erst aus dem Trümmerhaufen geborgen worden zu sein. Unschuld wird auf dem Altar des Krieges geopfert. An diesem Tag starben im Stadtteil Cascine 109 Menschen, viele weitere starben später. Und dann die großen Hände des Mannes im Profil, mit dem Finger nach oben, zu den amerikanischen Flugzeugen, die am Himmel kreisen, nachdem sie ihre Todeslast abgefeuert haben. „Seid verdammt!“ Dies ist der Titel des Werks, ein Titel, den nur wenige kennen.

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