6 Vetreria Taddei, 8 marzo 1944, la deportazione

Largo 8 marzo – Vetreria Taddei. 8 marzo 1944, la deportazione
L’8 marzo del 1944 reparti di militari tedeschi guidati da elementi fascisti repubblicani prelevarono dalle case e soprattutto fabbriche di Empoli e della zona empolese, 108 persone (56 erano empolesi, gli altri abitavano nella zona intorno alla città e anche in altri comuni. A questi vanno aggiunti altri tre nominativi, per cui il totale arriva a 111 deportati solo per il giorno 8 marzo; altri sette furono deportati inoltre in circostanze e in tempi diversi, per un totale di 118), per rappresaglia rispetto al grande sciopero proclamato pochi giorni prima dal Comitato di Liberazione Nazionale, il 4 marzo, al quale avevano aderito centinaia di persone anche a Empoli fermando ogni tipo di produzione e protestando contro la guerra. Gli arrestati a Empoli, considerati oppositori politici del regime, furono portati in gran numero nella caserma della Guardia Nazionale Repubblicana, e molti furono poi concentrati nel piazzale della vetreria Taddei dalla quale peraltro erano stati prelevati 26 operai (soltanto in tre fra i 26 della Taddei tornarono dai campi di sterminio nazisti). Furono caricati su alcuni pullman e arrivati a Firenze, insieme ad altre centinaia di arrestati a Firenze e Prato, furono fatti salire su un treno con vagoni piombati e biglietto di sola andata, destinazione ignota. In realtà furono portati nel lager di Mauthausen, in Austria, e da lì smistati in altri campi nazisti, Gusen, Ebensee, Castello di Hartheim. Dei deportati della zona Empolese tornarono in pochissimi, una decina. Ognuno dei deportati ha una storia personale che meriterebbe di essere raccontata; alcune di queste sono state raccontate dai pochi sopravvissuti, come quella di Fiorenzo Cantini, che venne raccontata al cugino Mario Fioravanti da Saffo Morelli, uno dei deportati della Taddei che riuscì a sopravvivere. Eccola.

La triste storia di Fiorenzo Cantini, deportato dalla vetreria Taddei l’8 marzo del 1944, raccontata dal cugino Mario Fioravanti
«A distanza di più di settant’anni dalla deportazione di tutte quelle persone dalla vetreria Taddei,- è Mario Fioravanti a narrare la vicenda- con la morte nel cuore per quello che successe a mio cugino il giorno 8 marzo del 1944, vorrei raccontare la sua triste storia. Fiorenzo Cantini, mio cugino appunto, aveva all’epoca 19 anni; lui e la sua famiglia abitavano a Tartagliana, frazione di Martignana, dove in quel periodo abitava anche la mia famiglia e naturalmente anche il sottoscritto in quanto sfollati a causa del bombardamento subito alle Cascine il 26 dicembre del 1943. A Tartagliana ricordo che avevamo davanti casa una catasta di legna e fascine e gli americani le colpivano continuamente perché pensavano nascondessero pezzi d’artiglieria mimetizzati. Quanti rischi abbiamo corso anche lì! Fiorenzo lavorava alla vetreria Taddei, ma da qualche giorno si era assentato dal lavoro a causa del susseguirsi dei bombardamenti. Qualche giorno prima dell’8 marzo dalla direzione della vetreria gli mandarono un avviso, contenente l’intimazione a recarsi immediatamente al lavoro, sotto la minaccia di segnalare la cosa ai fascisti ed ai tedeschi affinché andassero a prenderlo a casa. Fiorenzo, impaurito, tornò al lavoro proprio in quel fatidico 8 marzo del 1944, malgrado che i familiari, e in special modo mia madre,  lo avessero sconsigliato ad andare al lavoro.

Mamma considerava Fiorenzo come un figlio, e quella mattina gli aveva detto: “non andare, Fiorenzo, che non ti abbia a succedere qualcosa, visto che con i bombardamenti è andata bene (erano scampati per miracolo al bombardamento delle Cascine del 26 dicembre del 1943, ndr)”. Ma lui rispose “cara zia, bisogna che vada, perché altrimenti vengono i tedeschi a prendermi”. Prese la bicicletta e partì per il suo turno di lavoro, che sarebbe iniziato alle 8. Da quel giorno non è mai più tornato a casa. Dopo due ore di lavoro, intorno alle 10, arrivarono i tedeschi accompagnati dai fascisti, con in mano una lista di nomi; 26 operai della vetreria furono prelevati dai tedeschi ed inviati prima a Firenze e poi nei campi di sterminio in Germania e in Austria. Poi abbiamo saputo dai pochi sopravvissuti, in particolare da Saffo Morelli, che Fiorenzo insieme ad altri era stato utilizzato fra gli operai adibiti a sistemare ed asfaltare le strade. Mio cugino, ci hanno raccontato, è stato ucciso, al pari di tanti altri, proprio durante un lavoro di asfaltatura. Quando uno era sfinito dalla stanchezza e dalle privazioni in condizioni di lavoro assurde, veniva spesso – è ciò che è accaduto a Fiorenzo – gettato nelle caldaie dove veniva sciolto il catrame per asfaltare. Così si è conclusa la vita di un ragazzo di appena diciannove anni, pieno di forze e di tante speranze.

Lo ricordo alto, di bell’aspetto, e tutte le volte che veniva a casa nostra in via Rigoletto Martini, prima del bombardamento, all’atto di superare chinando la testa una piccola porta fra le mura di casa, con la soglia troppo bassa per lui, affermare rivolgendosi a mia madre con la gioia e la voglia di vivere di un ragazzo di quell’età: ”zia, bisogna che tu faccia alzare la soglia, sennò non vengo più a trovarti!”».

La testimonianza di Saffo Morelli, uno dei tre sopravvissuti fra i deportati della vetreria Taddei, ci ricorda le condizioni di vita nel campo: “Quando mi presero avevo 14 anni ed ero sempre un bambino: ricordo che giorni prima giocavo ancora con l’aquilone con altri ragazzi della mia età. Rammento bene che il 4 marzo fu fatto sciopero non solo nella vetreria Taddei nella quale lavoravo, ma anche in tutte le fabbriche della zona con il coinvolgimento di buona parte della popolazione empolese. L’8 marzo del 1944, la mattina alle 5, venne il capofabbrica con una lista di nomi ed uno alla volta ci chiamò invitandoci ad andare in ufficio dove c’era l’impiegata che ci chiedeva il nome che subito cancellava dalla sua lista invitandoci ad uscire fuori. Là ci aspettavano dei repubblichini che ci portarono alla loro caserma in via Jacopo Carrucci. Là trovammo altre persone che erano state prese, chi a casa e chi per strada. Alla vetreria fummo presi in 26 tra i quali i principali promotori dello sciopero: Nencioni Giuseppe, Comunale Gaetano oltre al Soldaini; se ve ne erano altri non lo so, quello che è certo è che nessuno degli arrestati nutriva fiducia nel fascismo. Io non mi intendevo per niente di politica e non avevo fatto niente a nessuno. Dalla caserma con due pullman fummo trasferiti alla sede degli allievi ufficiali dei carabinieri di Firenze e da lì visto che il comandante non ne volle sapere di noi, a villa triste dove operava la famosa banda Carità la SS italiana; ci misero in 50 per cella, io avevo bisogno di andare al gabinetto e uno di loro mi accompagnò alle latrine che erano piene di sterco. Io dissi che volevo andare in una più pulita e per tutta risposta mi fu dato un manico di scopa perché la stasassi. A quel punto mi rifiutai e lui mi diede il calcio del fucile nei reni. Dopo fummo trasferiti alle scuole leopoldine in piazza Santa Maria Novella. Ufficiale delle SS tedesche disse ai fascisti italiani di lasciar perdere ma costui rispose di no dicendo che eravamo una pericolosa massa di scioperanti. Fummo trasferiti con autocarri cingolati alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze e dal binario sei avviati su carri bestiame accuratamente piombati; durante il viaggio vennero gettati dei biglietti dal treno con l’intento di far arrivare notizie ai nostri familiari; ad un certo punto il treno si fermò in aperta campagna e le SS ci ammonirono dicendoci che se avessero visto uscire da un vagone un altro biglietto ci avrebbero fucilati tutti. Durante il viaggio ci diedero una scatoletta di pasta di pesce da mezzo chilo per 10 persone, ricordo che era salata, e 250 grammi di pane a testa. Il viaggio durò tre giorni e tre notti senza mai ber; si moriva di sete. Al Brennero cercò di intervenire la Croce Rossa internazionale per dare la sua assistenza; riuscì solo in minima parte perché le SS impedirono ogni gesto di solidarietà dicendo che non si trattava di prigionieri militari bensì di volgari banditi. Il treno riprese la sua corsa finché arrivammo a Mauthausen. Scesi dal treno ci incamminammo a piedi per una collina; c’era la neve alta e con la sete che avevamo se ne raccoglieva un po’ per cercare di dissetarci ma le SS ci percuotevano sostenendo che mangiare la neve poteva farci male. Arrivati al campo ci misero nella parte posteriore senza che potessimo vedere niente. Eravamo tutti sugli attenti e si tremava dal freddo. Poco dopo arrivarono alcune centinaia di soldati russi che furono fatti spogliare fino a rimanere completamente nudi. Noi terrorizzati dall’idea di dover fare la stessa cosa pensavamo che loro in fondo erano abituati al clima rigido. Un maresciallo delle SS chiese un interprete; si fece avanti un torinese al quale domandò cosa avevamo fatto per trovarci lì. Gli fu risposto che non avevamo fatto niente e lui rispose: capisco, tutti dicono di essere innocenti. Vide tra noi un sergente del battaglione San Marco al quale disse “anche tu sei un traditore” e gli diede un ceffone a manrovescio che lo fece rotolare per terra. Dopo tante ore che eravamo lì sugli attenti dalla mattina senza né mangiare né bere verso le 18 della sera cominciarono a farci entrare in uno scantinato della prima baracca 100 alla volta. Lì sotto ci fecero spogliare; dopo averci derubato di tutti i nostri beni ci visitarono e ci depilarono in ogni parte del corpo. Poi sotto le docce quattro ad ogni nappa con getti d’acqua ora gelata ora bollente ai quali non potevamo sottrarci, a pena di una ricca dose di bastonate da parte delle SS. Ci vengono infine dati una camicia un paio di mutande ed un paio di zoccoli all’olandese. Quando tutti i 900 che costituivano il nostro gruppo furono incolonnati cominciamo a marciare per andare verso le quarantene; bastava che qualcuno mangiasse in modo errato che scattava la punizione: sosta di almeno mezz’ora per tutti. Arrivati nella baracca della quarantena c’era un capo blocco giovane del quale venimmo a sapere in seguito che aveva ucciso il babbo e la mamma per soldi e fummo affidati alle sue “cure”. Ci fece stendere a terra su per i pagliericci uno accanto all’altro per tre file e in questi materassi ad una piazza dovevamo starci in quattro persone disponendoci a coltello con i piedi alla gola dell’altro e se tardavamo nel compiere questa operazione ci picchiava insieme agli altri kapò con manganelli di gomma  pieni di filo di piombo. Dovevamo rimanere così per 10 ore e le altre 14 fuori dalla baracca; pensate che molto spesso si era costretti a stare in camicia in mutande ad una temperatura di almeno 20 ° sotto zero sotto la neve o la pioggia. Il vitto consisteva in un pane da 1 kg per quattro persone, un litro di zuppa fatta con le rape che abitualmente si danno ai maiali e 15 grammi di margarina. Questo doveva bastare per tutto il giorno. Io che avevo 14 anni e non avevo ancora la barba mi fermai ad aspettare mentre i miei compagni erano a radersi. Mi notò un kapò il quale mi disse qualcosa in tedesco che non riuscii a decifrare. Lui con ampi gesti mi fece capire di andare a farmi la barba. Io dissi che non ce l’avevo ancora al che cominciò a picchiarmi per cui da quel giorno, seppur sbarbato, cominciai a radermi. La sera rivolgendomi con lo sguardo verso il cielo chiedevo cosa avessi fatto di male per meritarmi un simile tormento”.

From the Taddei glassworks to the 8 Marzo 1944 square
On March 8, 1944, German military units led by republican fascists took 112 men from their homes and above all, factories in Empoli and the other municipalities in the environs. Another three men, deported to Dachau, must be added to these, and others arrested in different circumstances, with the total coming to 117. The arrest of the 8th of March was in retaliation for the large-scale strike organized a few days earlier by the National Liberation Committee, in Empoli on the 4th of March, when hundreds of people joined the protest in Empoli as well, stopping all types of production work and protesting against the war. Those arrested in Empoli, viewed as political opponents of the regime, were taken to the barracks of the Republican National Guard. Many were then herded into the square next to the Taddei glassworks from which 26 workers had been taken (only three of the 26 from the Taddei glassworks returned from the Nazi concentration camps). They were loaded
onto buses and taken to Florence, along with hundreds of other people who had been arrested in Florence and Prato. They were put on a train with sealed carriages and a one-way ticket, destination unknown. In reality, they were taken to the Mauthausen concentration camp in Austria, and from there re-routed to the sub-camps: Gusen, Ebensee, Hartheim Castle. Nineteen of the deportees from the Empoli area returned home alive.

Von der Glasfabrik Vetreria Taddei zum Largo 8 Marzo 1944
Am 8. März 1944 verschleppten deutsche Militäreinheiten unter Führung faschistisch-republikanischer Elemente 112 Männer aus den Häusern und vor allem aus den Fabriken in Empoli und anderen Orten der Umgebung. Dazu kommen drei weitere Männer, die nach Dachau deportiert wurden, sowie weitere unter anderen Umständen Deportierte, also insgesamt 117. Die Verhaftungen am 8. März erfolgten als Vergeltung für den großen Streik, der einige Tage zuvor vom Nationalen Befreiungskomitee ausgerufen worden war und dem sich am 4. März auch in Empoli Hunderte Menschen angeschlossen hatten, die gegen den Krieg protestierten. Die in Empoli Verhafteten, die als politische Gegner des Regimes galten, wurden in großer Zahl in die Kasernen der Republikanischen Nationalgarde gebracht, und viele wurden dann auf dem Platz der Glasfabrik Taddei zusammengetrieben, von der außerdem 26 Arbeiter abgeholt worden waren (von denen nur drei aus den Konzentrationslagern zurückkehrten). Sie wurden in Busse verladen und kamen zusammen mit Hunderten anderen in Florenz und Prato festgenommenen Personen in Florenz an. Sie mussten in einen Zug mit versiegelten Waggons einsteigen, der mit einem für sie unbekannten Ziel abfuhr. In Wirklichkeit wurden sie in das Konzentrationslager Mauthausen in Österreich gebracht und von dort in die Außenlager Gusen, Ebensee und Schloss Hartheim. Von den Deportierten aus der Gegend von Empoli kehrten nur 19 lebend nach Hause zurück.

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